Ceuta, alla fine, ci racconta una fragile Europa

La crisi di Ceuta è una di quelle vicende che rischiano di essere raccontate male proprio perché sono enormi. Le immagini sono potenti, i numeri impressionanti, la geografia quasi irreale: decine di migliaia di persone concentrate in una delle più piccole e particolari porzioni di territorio dell'Unione europea. Ma, proprio per questo, Ceuta non può essere trasformata automaticamente nel paradigma della lotta all'immigrazione. È un caso eccezionale, determinato da una combinazione irripetibile di fattori geografici, politici e diplomatici.
Secondo le ricostruzioni più recenti, tra la fine di luglio e l'inizio di agosto oltre 50mila persone hanno tentato di entrare nell'enclave spagnola dal Marocco. Il bilancio umano è drammatico: le fonti internazionali riferiscono di almeno 72 morti, mentre oltre un migliaio di persone avrebbero avuto bisogno di cure mediche. La maggior parte dei migranti è successivamente rientrata in Marocco, mentre le autorità spagnole hanno rafforzato la presenza di polizia e militari e predisposto nuove misure di contenimento. Sono numeri enormi, ma proprio per questo devono essere maneggiati con cautela. Non possono essere automaticamente assimilati ai flussi migratori ordinari che interessano le rotte del Mediterraneo o i confini terrestri dell'Unione.
Ceuta è infatti un'anomalia geografica prima ancora che politica. È territorio spagnolo in Nord Africa, circondato quasi interamente dal Marocco e separato dalla penisola iberica dallo Stretto di Gibilterra. È una frontiera esterna dell'Unione europea collocata fisicamente sul continente africano. Questa condizione produce una situazione che non ha equivalenti diretti nel resto dello spazio europeo. Una polveriera migratoria, insomma, concentrata su un confine terrestre estremamente breve, davanti a una città autonoma con una popolazione di circa 85mila abitanti.
La sua posizione è anche diplomatica. Ceuta è da decenni un punto sensibile nei rapporti tra Spagna e Marocco. Qualunque movimento significativo al confine non è soltanto un problema di sicurezza o di gestione migratoria, perchè può diventare rapidamente una questione di sovranità, relazioni bilaterali e pressione politica. È già accaduto in passato, quando improvvisi allentamenti dei controlli marocchini produssero arrivi massicci nell'enclave. Nel 2021, per esempio, circa 8mila persone entrarono irregolarmente a Ceuta nell'arco di 48 ore, dimostrando quanto la particolare conformazione della frontiera renda possibile una concentrazione improvvisa dei flussi.
È dunque corretto parlare di crisi o di emergenza. Non è, invece, corretto utilizzare, automaticamente, quanto accaduto per costruire un racconto generale secondo cui l'intero sistema europeo sarebbe collassato o secondo cui l'immigrazione sarebbe diventata una minaccia indistinta alla sicurezza continentale.
Arriva, quindi, la politica italiana e, soprattutto, il linguaggio con cui si raccontano le decisioni istituzionali. Nei giorni scorsi si è parlato di una presunta "chiusura unilaterale di Schengen" da parte dell'Italia nei confronti della Spagna. È una formula che semplifica eccessivamente la realtà giuridica. L'Italia ha annunciato controlli temporanei e selettivi sui viaggiatori provenienti dalla Spagna, in particolare sui cittadini di Paesi terzi che arrivano via mare o via aerea. Non significa che l'Italia abbia abolito Schengen, né che i cittadini spagnoli siano stati esclusi dalla libera circolazione europea. Si tratta di una misura temporanea e circoscritta, che deve essere valutata alla luce delle norme europee sul ripristino dei controlli alle frontiere interne.
Il diritto dell'Unione consente infatti agli Stati membri di reintrodurre temporaneamente controlli in presenza di una grave minaccia per l'ordine pubblico o la sicurezza interna, ma impone che la misura sia eccezionale, necessaria, proporzionata e limitata nel tempo.
La differenza non è semantica. Dire «Schengen è stato chiuso» evoca una rottura dell'architettura europea. Dire che sono stati rafforzati temporaneamente i controlli sui passeggeri provenienti da un determinato Paese descrive, invece, una misura prevista dall'ordinamento europeo. È possibile criticarne l'opportunità politica, l'efficacia o la proporzionalità. Ma non è corretto confonderla con la cancellazione dello spazio Schengen.
C'è poi il rischio che una tragedia umanitaria venga utilizzata come carburante per una battaglia politica già pronta a consumarsi. La crisi di Ceuta è diventata rapidamente un argomento per chi chiede frontiere più rigide, respingimenti più severi e una revisione complessiva delle politiche migratorie europee. Alcune di queste proposte possono essere legittimamente discusse. Ciò che non dovrebbe essere accettato è il salto logico che trasforma un evento straordinario in una prova definitiva di una tesi politica precostituita.
Ceuta non dimostra che l'Europa debba arrendersi all'immigrazione. Ma non dimostra nemmeno che ogni migrante rappresenti una minaccia alla sicurezza. Dimostra qualcosa di più scomodo, dimostra che l'Europa si trova davanti a un fenomeno che richiede controllo delle frontiere esterne, cooperazione con i Paesi di origine e transito, politiche comuni e capacità di distinguere tra sicurezza, migrazione e protezione internazionale. Ora, la vera sfida per tutti è riuscire a governare l'emergenza senza trasformarla in una nuova frontiera simbolica.