MARTE 1976: LA SONDA VIKING 1 E IL VOLTO DI CYDONIA

Manuel Pietro Leggeri
Accade oggi
31/07/2026

A quasi cinquant’anni di distanza, il “Volto di Cydonia” rimane uno degli esempi più celebri di come un’illusione ottica possa trasformarsi in un fenomeno culturale. Il 25 luglio 1976 la sonda Viking 1 fotografò una formazione rocciosa nella regione marziana di Cydonia Mensae durante la ricerca di un sito d’atterraggio per il lander Viking 2. Lo scatto, effettuato a 1873 km di distanza ed angolazione solare di 20º, mostrava un particolare effetto di luci e ombre che dava l’impressione di un gigantesco volto umano.


Sei giorni dopo la NASA pubblicò l’immagine, diventando quasi subito una delle più discusse nella storia esplorativa spaziale. La formazione, ribattezzata “Faccia su Marte” o “Volto di Cydonia”, finì per alimentare i complottismi: secondo alcuni rappresentava la prova dell’esistenza di vita extraterrestre, altri parlarono di vita umana fuori la Terra.


Lo scrittore azero Zecharia Sitchin associò il volto alla letteratura sumerica, grazie a tavolette del British Museum di Londra, sostenendo che corrispondeva al viso scolpito del re emerito degli dèi Alalu morto su Marte. Inoltre, la inquadratura stretta illuse molti dei sostenitori delle piramidi marziane dimenticando che l’assenza di spazi elevati non significasse l’impossibilità di imbattersi in formazioni simili anzi.


Sul pianeta terra superano il milione i casi di tavolati mesa erosi. Negli anni successivi le sonde Mars Global Surveyor (1998), Mars Odyssey (2002) e la Mars Express (2006) dell’ESA fotografarono nuovamente la stessa area con una risoluzione migliore e condizioni di illuminazioni differenti, arrivando anche a ricostruzioni 3D: la formazione non somigliava più ad una faccia. Si tratta di un caso di pareidolia, (illusione pareidolitica), di natura subcosciente, che riconduce le forme casuali a immagini note.


Il cervello umano possiede la tendenza istintiva e automatica a trovare ordine e familiarità laddove non ne trova. Il fenomeno è antichissimo, tanto che anche in età preistorica venne usato dai primi umani per costruire disegni su più piani grazie a sporgenze e sassi; celebri sono le pitture rupestri accompagnate, grazie a questa tecnica, dalle grotte spagnole e francesi sfruttate secondo i principi della pareidolia.


Anche in epoca romana il fenomeno contribuì alla estipicina (o aruspicina), pratica religiosa da cui derivò la epatoscopia o anche detta ieromanzia: la interpretazione delle figure riconoscibili nel fegato di animali sacrificati. Nel caso della Viking 1, l’illuminazione laterale, la bassa risoluzione e gli errori di trasmissione contribuirono a creare l’illusione ottica.


La stessa NASA lo precisò fin dalla pubblicazione, spiegando che la formazione “somigliante a una testa umana” era il risultato delle ombre e la punteggiatura provocata da problemi tecnici di comunicazione della sonda. Le immagini raccolte in seguito confermarono definitivamente che si trattava di una qualunque formazione geologica e non altro.